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Cefalù

A 16 m sul livello del mar Tirreno, ai piedi di una grande “Rocca”, un promontorio alto circa 270 metri...

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Cefalù 2017-06-06T11:05:49+00:00

La città antica, appunto come fortezza, era circondata da possenti mura di fortificazione ben riconoscibili ancora oggi malgrado le numerose manomissioni, tutt’intorno al centro storico. Si tratta delle mura, cosiddette megalitiche, che, integrando la difesa naturale della Rocca, proteggevano la città dagli altri lati lungo la costa. Esse costituiscono, insieme al Duomo, uno dei tratti più caratterizzanti della cittadina, e tale dovette essere la loro funzione fin dal sorgere del centro urbano. Il circuito originario, in buona parte conservato, è riconoscibile integralmente, tenuto conto dei rifacimenti posteriori e di alcune testimonianze grafiche. Le mura seguono la linea della costa impostandosi direttamente sulla scogliera naturale, per piegare poi verso la Rocca cui si saldano con le estremità in corrispondenza di larghe fenditure naturali. Lungo la fortificazione si aprivano quattro porte: la I, ‘porta terra”, a piazza Garibaldi , la II ‘dell’arena” o “D’Ossuna”, a piazza Cristoforo Colombo; la III sul mare, verso Ovest, “della marina” o “Pescara”; e l’ultima verso Est, Porta IV o “della giudecca”.
Le strutture originali – ben riconoscibili nei tratti meglio conservati in piazza Garibaldi, lungo la discesa Paramuro e presso la via Porpora – sono quelle a grandi blocchi, non cemementati da alcun tipo di malta, disposti secondo piani di posa regolari, databili a partire dalla fne del V sec. a. C. A piazza Garibaldi si e conservata la parte inferiore di una torre inglobata nelle strutture della Chiesa di S. Maria della Catena, ad Est di Porta I, il piu importante accesso dell’antica che immetteva direttamente nel CARDO MAXIMUS.
Ci piace ricordare a questo proposito che probabilmente non e senza significato che ancor oggi i Vescovi prendono possesso della diocesi di Cefalù presso la chiesa della Catena.
Lungo la discesa Paramuro sono riscontrabili in mezzo alla fitta vegetazione di alcuni giardini privati, abbondanti resti tra cui due torrette.
Il settore settentrionale della fortifcazione, presso la via Porpora, è il piu lungo e il piu interessante oltre che il meglio conservato. Qui si nota che le mura sono direttamente impostate sulla scogliera secondo quanto aveva gia osservato il geografo arabo Edrisi che pote descrivere Cefalù come una fortezza “… fabbricata sopra scogli contigui alla riva del mare”.
In questo tratto è l’unica torre quasi interamente conservata ed è un interessante postierla, coperta da un architrave monolitico, e attraverso la quale gli abitanti dell’antica città potevano accedere ad una sorgente d’acqua dolce che sgorga a livello del mare.
All’interno di queste mura – a parte i numerosi rinvenimenti occasionali, tra cui il pavimento musivo con Amorino che cavalca un cigno (1 sec. a. C.) custodito nel Museo Mandralisca -sono venuti alla luce, con i saggi effettuati presso il Duomo , vari resti murari e due interessanti strade elegantemente pavimentate : una (acciottolata) in età ellenistica e l’altra (a basole rettangolari) nel I sec. a. C.
Esse documentano non solo l’estensione dell’antica Cefalù ed il tipo di impianto urbanistico adottato, ma anche che il più antico insediamento risale ad eta ellenistica (IV sec. a. C.).
Alle stesse conclusioni portano i risultati degli scavi condotti nella necropoli dove sono state riportate alla luce circa trecento tombe (alcune monumentali) databili dal IV sec. a. C. al I sec. d.C.
LA CITTA’ MEDIEVALE
Della città medievale si conservano poche tracce , sia perchè Ruggero nel “riedificare” Cefalù sfrutto l’antica struttura urbanistica sia perchè gli inevitabili rimaneggiamenti posteriori ne hanno compromesso l’integrità.Il quartiere che maggiormente conserva nella sua morfologia l’aspetto medievale è quello di Crucidda-Francavilla, compreso fra il Duomo (a Nord), il corso Ruggero e la Rocca.
Proprio in questo quartiere dalla caratteristica struttura si e conservata una casa-torre, visibile in fondo al vicolo che fiancheggia la chiesetta del SS.Sacramento.

Il Duomo  in stile arabo-normanno,e’ il monumento più importante della città. La storia della sua costruzione è legata a una leggenda: re Ruggero II ne ordinò la costruzione per ringraziare Dio di averlo salvato da una tempesta e averlo fatto approdare sulla spiaggia di Cefalù.
Di questa superba costruzione fondata nel 1131 colpisce innanzitutto la sua massiccia figura di fortezza accentuata dalle due forti torri quadrate che la affiancano (un po’ sfoltite dalla presenza di bifore e monofore e completate da una cuspide merlata), dalla presenza di una merlatura nella sua parte meridionale, dai frequenti cunicoli e passaggi che collegano le varie parti dell’edificio e dalla stessa imponenza della struttura che domina,oltre alla città vecchia, tutta la zona circostante, ed è racchiusa tra un orizzonte marino e la montagna dalla natura selvaggia.
La struttura esterna é preceduta da un terrazzo quadrato detto “turniale”. La facciata presenta delle finte loggette ed una finestra ogivale centrale. Nel XV secolo Ambrogio da Como realizzo’ il portico con tre archi sorretti da colonne che aveva l’originaria funzione di proteggere le pitture laterali delle quali rimane una pallida traccia.
Il portale é impreziosito da un arco in marmo bianco recentemente restaurato. La costruzione della facciata terminò nel 1204.
La pianta della chiesa è a croce latina, suddivisa in tre navate sorrette da colonne di marmo. Il transetto ha una elevazione maggiore rispetto alle navate, anche se il progetto originario prevedeva una altezza superiore.
Nell’abside risplende l’oro dei mosaici, realizzati piu’ tardi, nel 1148, da maestranze bizantine che seppero unire questa antica tradizione decorativa orientale con una struttura di chiaro richiamo nordico.Al centro dei mosaici primeggia la figura del Cristo Pantocratore. Su due ordini sottostanti figurano la Vergine Maria orante,al centro tra i quattro arcangeli, ed ancora figure di Apostoli, Evangelisti, Profeti e Santi. Infine, nella volta a crociera sono presenti le raffigurazioni di cherubini e serafini.
Tra le opere presenti all’interno della chiesa : una “Madonna col Bambino” realizzata dallo scultore Antonello Gagini nel 1533; alcuni stucchi neoclassici; e l’ altare in argento della Cappella Del Santissimo sacramento.
Dopo la morte di Ruggero II, la chiesa subì una fase di decadenza, ma fortunatamente non ha perso tutto il suo fascino e la sua bellezza.

In giro per la città è assolutamente da non perdere il Museo Mandralisca che sorge nell’omonima via, voluto dal mecenate collezionista Enrico Piraino, barone di Mandralisca. Il museo conserva oltre al celebre “Ritratto d’ignoto”, di Antonello da Messina, anche una pregevole collezione archeologica, il cui pezzo più importante è probabilmente il “Cratere del Tonno” risalente al IV secolo a.C. Attorno al palazzo baronale, sede del museo si estende il centro storico, ricco anche di splendide chiese: la settecentesca architettura di Maria Santissima della Catena, la cinquecentesca costruzione di San Nicola di Bari, e la secentesca Itria nella medioevale chiesa della Badiola. Sulla via Vittorio Emanuele si trova un bellissimo esempio di lavatoio medievale, utilizzato fino ai tempi moderni.

Sul lato destro dell’ingresso del lavatoio è scritto:
“Qui scorre Cefalino, più salubre di qualunque altro fiume, più puro dell’argento, più freddo della neve”
La leggenda racconta che Cefalino fu generato dalle lacrime incessanti di una ninfa pentita di avere punito con la morte, il tradimento del suo amato.
A queste pure acque correnti, fino a pochi decenni fa le donne del paese andavano ancora a sciacquare i panni facendo echeggiare le loro voci e i loro canti pieni d’allegria.
Al luogo, si accede da una scalinata detta “a lumachella”, che scende fino ad uno spazio semicoperto da una volta bassa. L’acqua che fuoriesce dalle bocche presenti in tre pareti, contribuisce con il suo rumore a dare a questo ambiente una connotazione unica. Infine, l’acqua che scorre all’interno delle vasche del Lavatoio va via, passando da un piccolo antro e raggiunge il mare.

La Rocca non costituisce solamente lo splendido sfondo scenografico che tanto caratterizza l’immagine iconografica di Cefalù, bensì, è parte integrante di Cefalù stessa, che si è sviluppata alle sue pendici e ha tratto dalla sua roccia il materiale da costruzione per lo sviluppo dell’abitato. La Rocca, madre, genera e domina il paese e ne racconta parte di storia, ricca com’è di testimonianze che si sono in essa stratificate nel corso dei secoli. Il rapporto che Cefalù ha sempre avuto con la Rocca dona forza all’ipotesi secondo la quale Kephaloidion, antico nome di Cefalù, derivi da “Kefalis”, cioè “testa”, in relazione alla caratteristica forma della Rocca.
La Rocca si eleva fino a 268 mt. s.l.m., su di essa regna ancora il falco pellegrino e presenta ancora in parte l’originale macchia mediterranea anche se distrutta più volte da incendi; dal punto di vista geologico, la Rocca presenta particolarità che sono state recentemente scoperte grazie ai moderni metodi di ricerca: sono infatti stati immessi dei “traccianti chimici” sulla cima del monte Carbonara, che sono poi stati ritrovati vicino al porto di Cefalù, proprio nelle acque della sorgente di Presidiana… ciò dimostra che la Rocca è collegata, in sotterraneo, con il complesso di Pizzo Carbonara.

Festeggiamenti del SS. Salvatore (2-6 agosto)

Il 2 agosto, inizio ufficiale dei festeggiamenti, vi è il dispiegamento della tradizionale bandiera del Cristo Pantocratore sul pennone fra le due torri della Cattedrale. Secondo la tradizione tale fatto è da legarsi al XVI secolo, durante il periodo del porto franco. Il riscontro lo si ha in un documento del 1566 stilato durante il vescovado di Mons. Faraone, quando dal vescovo dipendevano le dogane della legge. Quel vescovo, con l’assenso dei Giurati della Città di Cefalù, e con il consenso espresso da Cesare de Flore “doganiere della Maggiore Chiesa Cefaludese” concedeva “l’immunitas nundinarum”, l’esenzione doganale per ogni anno nella solennità del S.S. Salvatore, per gli otto giorni. Al suono delle bombarde e al dispiegamento dello stendardo i mercanti potevano entrare a Cefalù, via terra o via mare, in “franchigia”.

Il Corso Ruggero viene illuminato da lampadine, anticamente da lampari, ossia le lampade dei pescatori. Ogni mattina, la banda musicale S. Cecilia gira per le vie della città suonando marce, mentre la sera sale sul palco per suonare le sue famose opere.

L’Antinna a mari (6 agosto)

Il pomeriggio dell’ultima giornata si svolge una gara chiamata Antinna a mari. Questa gara voluta dai pescatori, da essi curata, organizzata e realizzata, è una gara che nella sua semplicità racchiude l’essenza stessa del legame uomo-barca, uomo-mare. La gara vede giovani ed anziani pescatori protesi alla conquista di una bandierina colorata attaccata alla punta di un lunghissimo tronco, reso scivoloso da grassi animali, che viene sistemato orizzontalmente al mare e saldamente fissato alla banchina. Chi riesce a prendere la bandiera quasi sempre sottolinea la vittoria con il grido “Viva il S.S. Salvatore”, a cui fa coro tutto il pubblico presente. Sulle origini storiche della gara non si hanno notizie certe. L’ipotesi più coerente è quella secondo cui la gara è nata dal gioco che compivano i marinai sulle antiche navi a vela che, nella parte della prora, avevano un albero chiamato di Bompresso.

Il gioco delle pignate

Un altro gioco tradizionale è quello “delle pignate” (delle pentole). Orizzontalmente al terreno, e ad un’altezza doppia di quella di un uomo normale, vengono poste delle pentole di terracotta, dentro le quali vi sono dei regali, ma perlopiù farina, acqua, ecc… I concorrenti, bendati e dotati di bastone, devono colpire e distruggere la pentola. Per colpire il bersaglio si mettono a cavalcioni su di un altro compagno che li guida, anch’egli bendato. Tocca al concorrente che colpisce la pentola averne il contenuto.

Il 6 agosto, infine, si svolge la processione e, intorno alla mezzanotte, vengono sparati i fuochi d’artificio. Quest’ultimi vengono sparati dal molo, dalla spiaggia oppure dall’acqua. Nella festa del 2009 sono stati sparanti anche giorno 4.

’A vecchia strina (31 dicembre)

Secondo il folklore cittadino, “a vecchia strina” è una figura di vecchia benefica che la sera del 31 dicembre porta doni ai bambini buoni e carbone e cenere per quelli cattivi, come in altre città siciliane fanno “i morti”. Nei giorni precedenti ai bambini si raccomanda di non fare troppo rumore perché “a vecchia strina du casteddu si ‘nna adduna”: la sua dimora è infatti immaginata sulla Rocca. La sera della vigilia i ragazzi più grandi girano per le strade suonando “i rinali” (latte e vasi rotti), mentre ai bambini che vanno a dormire si raccomanda di tenere gli occhi chiusi, se non vogliono che la vecchia venga “cu spitu infucatu” a bruciare loro gli occhi.

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